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Carcinoma alla prostata, un farmaco aumenta la sopravvivenza nella forma metastatica ad alto rischio



Nelle sue fasi iniziali, il tumore della prostata è asintomatico e viene diagnosticato in seguito alla visita urologica, che comporta esplorazione rettale, o controllo del PSA ( antigene prostatico specifico ) mediante un prelievo del sangue.

Quando la massa tumorale cresce, dà origine a sintomi urinari: difficoltà a urinare ( in particolare a iniziare ) o bisogno di urinare spesso, dolore quando si urina, sangue nelle urine o nello sperma, sensazione di non riuscire a urinare in modo completo.

Spesso i sintomi urinari possono essere correlati a problemi prostatici di tipo benigno come l'ipertrofia.

Il numero di diagnosi di tumore della prostata è aumentato progressivamente da quando, negli anni novanta, l'esame per la misurazione del PSA è stato approvato dalla Agenzia regolatoria degli Stati Uniti, FDA ( Food and Drug Administration ).
Sul reale valore del PSA ai fini della diagnosi di un tumore, il dibattito è ancora aperto in quanto molto spesso i valori sono alterati per la presenza di una iperplasia benigna o di una infezione.
In particolare, la misurazione sierica del PSA va valutata attentamente in base all'età del paziente, la familiarità, l'esposizione a eventuali fattori di rischio e la storia clinica.

I sintomi urinari del tumore della prostata compaiono solo nelle fasi più avanzate della malattia e comunque possono indicare anche la presenza di problemi diversi dal tumore.
Nella valutazione dello stato della prostata, il medico può decidere di eseguire il test del PSA e l'esplorazione rettale, che permette di identificare al tatto la presenza di eventuali noduli a livello della prostata.

Se emerge il sospetto di tumore, si procede in genere con una biopsia della prostata su guida ecografica.
L'unico esame in grado di identificare con certezza la presenza di cellule tumorali nel tessuto prostatico è la biopsia eseguita in anestesia locale, che dura pochi minuti e viene fatta in regime di day hospital.

Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della prostata è l'età: le possibilità di ammalarsi sono molto scarse prima dei 40 anni, ma aumentano sensibilmente dopo i 50 anni e circa due tumori su tre vengono diagnosticati in persone con più di 65 anni.
E' stato dimostrato che circa il 70% degli uomini oltre gli 80 anni ha un tumore della prostata, anche se nella maggior parte dei casi la malattia non dà segni e ci si accorge della sua presenza solo in caso di autopsia dopo la morte.

Un altro fattore non trascurabile è senza dubbio la familiarità , il rischio di ammalarsi è pari al doppio per chi ha un parente consanguineo ( padre, fratello ) con la malattia rispetto a chi non ha nessun caso in famiglia.

Anche la presenza di mutazioni in alcuni geni come BRCA1 e BRCA2, già coinvolti nel favorire l'insorgenza di tumori di seno e ovaio, o del gene HPC1, può aumentare il rischio di sviluppare un cancro alla prostata.

La probabilità di ammalarsi potrebbe essere legata anche ad alti livelli di ormoni come il testosterone, che favorisce la crescita delle cellule prostatiche, e l'ormone IGF1, simile all'insulina, ma che lavora sulla crescita delle cellule e non sul metabolismo degli zuccheri.

Non meno importanti sono i fattori di rischio legati allo stile di vita: dieta ricca di grassi saturi, obesità, mancanza di esercizio fisico sono solo alcune delle caratteristiche e delle abitudini negative sempre più diffuse nel mondo occidentale che possono favorire lo sviluppo e la crescita del tumore della prostata.

Non esiste una prevenzione primaria specifica per il tumore della prostata anche se sono note alcune utili regole comportamentali che possono essere incluse nella vita di tutti i giorni: aumentare il consumo di frutta, verdura, cereali integrali e ridurre quello di carne rossa, soprattutto se grassa o troppo cotta e di cibi ricchi di grassi saturi.

È buona regola inoltre mantenere il proprio peso nella norma e mantenersi in forma facendo ogni giorno attività fisica .

Riguardo alla terapia, nel corso del Congresso dell’American Society of Clinical Oncology ( ASCO ) sono stati presentati i dati principali dello studio di fase III LATITUDE, effettuato su 1.200 uomini.
Si è osservato che, per gli uomini che hanno ricevuto una diagnosi di tumore alla prostata metastatico ad alto rischio, l’aggiunta di Abiraterone ( Zytiga ) al trattamento ormonale standard ha ridotto il rischio di morte del 38%.
L'Abiraterone ha, inoltre, raddoppiato il tempo intercorso prima della progressione del tumore, da 14.8 a 33 mesi.

Fino a oggi, lo standard di riferimento era l’ormonoterapia in combinazione con la chemioterapia come prima linea per i pazienti con malattia estesa ( o ad alto volume ).
I nuovi dati potrebbero, secondo Giuseppe Procopio, Responsabile dell'Oncologia medica genitourinaria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, cambiare l'approccio terapeutico.

Lo studio LATITUDE ha riguardato specificatamente una popolazione di pazienti con la forma di malattia più aggressiva, in termini di biologia e volume delle metastasi.
Per la prima volta è stata valutata l’efficacia di un approccio che avesse, nonostante l’avanzamento della malattia di questi pazienti, non la chemioterapia come prima opzione, bensì la combinazione di Abiraterone e terapia ormonale. Ovvero una terapia orale, somministrabile a domicilio.

Secondo Giuseppe Procopio, il risultato, trattandosi di un trattamento semplice per il paziente più difficile, apre nuovi orizzonti, non solo per l’efficacia osservata ma anche per la qualità di vita che può offrire.

Abiraterone è un inibitore della biosintesi di ormoni androgeni. Nello specifico, Abiraterone inibisce selettivamente l’enzima 17alfa-idrossilasi/C17,20-liasi ( CYP17 ); questo enzima è normalmente espresso ed è necessario alla biosintesi degli ormoni androgeni nei tessuti testicolari, surrenali e nei tessuti prostatici neoplastici. ( Xagena Medicina )

Fonte: AIRC & ASCO, 2017

Xagena_Salute_2017


Per approfondimenti: OncoUrologia.it http://oncourologia.it/



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