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Il 15% delle forme gravi di COVID-19 causato da anomalie genetiche e immunologiche


Due studi a livello internazionale, a cui hanno partecipato ricercatori dell’Istituto di genetica e biofisica A. Buzzati-Traverso del Consiglio nazionale delle ricerche di Napoli ( Cnr-Igb ) e pubblicati sulla rivista Science, hanno cercato di rispondere al quesito: perché la risposta individuale all'infezione da virus SARS-CoV2 varia così tanto da persona a persona ?

La ricerca ha portato all'identificazione delle cause genetiche e immunologiche che spiegano il 15% delle forme gravi di Covid-19.
I pazienti hanno in comune un difetto nell'attività delle forme di Interferone di tipo I ( INF-1 ), molecole del sistema immunitario che normalmente svolgono una potente attività antivirale.

I risultati sono i primi pubblicati dal COVID Human Genetic Effort, un Progetto internazionale in corso che copre oltre 50 centri di sequenziamento e centinaia di ospedali e centri di ricerca in tutto il mondo.
I partecipanti allo studio provengono da Asia, Europa, America Latina e Medio Oriente.

Nella ricerca sui meccanismi di immunità degli IFN di tipo I, che sono potenti molecole antivirali, i ricercatori hanno identificato in alcuni pazienti anomalie genetiche che riducono la produzione di IFN di tipo I e, in altri, anticorpi autoimmuni che ne bloccano l'azione ( rispettivamente, 3-4% e 10-11% delle forme gravi ). Tra questi anche pazienti con la malattia genetica rara incontinentia pigmenti, che in circa il 25% dei casi presentano un’alta concentrazione di questi autoanticorpi.

Il primo articolo pubblicato su Science descrive le anomalie genetiche nei pazienti con forme gravi di COVID-19 a livello di 13 geni già noti per governare la risposta immunitaria controllata da IFN I contro il virus dell'influenza.
Queste varianti genetiche sono presenti anche negli adulti senza precedente malattia.
Indipendentemente dalla loro età, le persone con queste mutazioni sono maggiormente a rischio di sviluppare una forma molto grave di COVID-19. L'assunzione precoce di Interferone di tipo 1 in questi pazienti potrebbe essere una via terapeutica: questi farmaci sono disponibili da oltre 30 anni e senza effetti collaterali evidenti se assunti per un breve periodo.

Nel secondo studio i ricercatori hanno mostrato, in più del 10% dei pazienti che sviluppano polmonite grave da infezione da SARS-CoV2, la presenza ad alti livelli di anticorpi diretti contro IFN di tipo I nel sangue di individui che neutralizzano l’effetto antivirale dell’Interferone.
Questi autoanticorpi sono assenti nelle persone che sviluppano una forma lieve della malattia e rari nella popolazione generale: l'analisi di un campione di controllo di 1.227 persone sane ha permesso di valutare la prevalenza di autoanticorpi contro IFN di tipo 1 allo 0.33%, ovvero 15 volte inferiore a quello osservato nei pazienti con forme gravi.
Queste persone potrebbero trarre beneficio dalla plasmaferesi ( rimozione della parte liquida del sangue contenente in particolare globuli bianchi e anticorpi ) o da altri trattamenti che possono ridurre la produzione di questi anticorpi da parte dei linfociti B.

La seconda pubblicazione su Science ha permesso di comprendere l'incidenza della forma grave negli uomini e negli over 65, oltre che in una donna affetta da incontinentia pigmenti, una malattia genetica causata da una mutazione del gene NEMO sul cromosoma X.
Questi dati suggeriscono che la produzione di questi anticorpi sia collegata a tale cromosoma.

In conclusione, queste due pubblicazioni hanno evidenziato il ruolo cruciale degli Interferoni di tipo I nella risposta immunitaria contro SARS-CoV2. ( Xagena Medicina )

Fonte: Istituto di genetica e biofisica del Cnr di Napoli, 2020

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