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Malattie cardiovascolari e montagna: raccomandazioni degli Esperti



Sono state presentate le raccomandazioni cliniche per l'esposizione ad alta quota di persone con condizioni cardiovascolari preesistenti.
Il consensus document è stato pubblicato su European Heart Journal ( Clinical recommendations for high altitude exposure of individuals with pre-existing cardiovascular conditions ).

Si tratta di raccomandazioni estratte da numerosi studi pubblicati, incluse le esperienze ricavate dai progetti HighCare in alta quota.
Queste raccomandazioni tengono in considerazione da un lato aspetti ambientali come velocità di salita, quota raggiunta, temperatura o il fatto di dormire in quota, e dall’altro aspetti personali come allenamento, storia clinica, stabilità dei problemi cardiovascolari, terapia in corso, esami diagnostici recenti, training precedente, preparazione fisica e clinica.

Il paziente cardiopatico amante dell’alta montagna ha la necessità di personalizzare quanto più e meglio possibile le raccomandazioni: occorre prepararsi fisicamente e valutare con il proprio medico la propria condizione, per individualizzare il consiglio.
E' necessario effettuare una precisa stima del livello di rischio cardiovascolare individuale prima di avventurarsi, anche perché alcuni problemi possono essere subclinici, cioè ancora non manifesti.
Occorre inoltre prevedere un adeguamento della terapia nei soggetti più a rischio.

Secondo Gianfranco Parati, Medicina cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca, il paziente cardiologico non deve necessariamente privarsi del piacere della montagna, ma la deve affrontare con serietà, consapevolezza, prudenza e preparazione, basandosi su dati scientifici e sulla propria storia personale.

Ma in cosa consiste e come si manifesta il rischio d’alta quota in chi è portatore di problematiche cardiovascolari ?

L’esposizione ad alta quota, definita come una quota maggiore di 2500 metri sul livello del mare comporta uno sforzo da parte dell’organismo per adattarsi. Ciò dipende dalla serie di modificazioni ambientali di intensità progressiva che si osservano all’aumentare dell’altitudine. Fra queste, la più rilevante in termini di effetti sull’organismo è la riduzione della pressione barometrica o atmosferica, cioè la pressione determinata dal peso della colonna d’aria presente al di sopra del punto di misura: al ridursi della pressione barometrica si osserva una rarefazione delle molecole presenti nell’aria ( azoto, ossigeno, anidride carbonica ), che porta al fenomeno noto come ipossia ipobarica.
In sostanza, l’organismo registra una carenza di ossigeno e deve mettere in atto delle misure per contrastarla.

In una persona esposta a ipossia ipobarica, e quindi durante il soggiorno in alta quota, è possibile osservare un aumento della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria, della pressione arteriosa e polmonare; si osserva inoltre una riduzione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel sangue e, talvolta, la comparsa di apnee del sonno.

Dopo un periodo di tempo variabile in base alle condizioni di partenza del soggetto ( età, sesso, indice di massa corporea [ BMI ], eventuali patologie, terapia farmacologica in corso eccetera ) e alla quota a cui ci si espone, l’organismo raggiunge un nuovo punto di equilibrio nel quale si è adattato alla quota a cui si trova. Questo processo è noto come acclimatamento.

Nel caso di persone con pregresse patologie cardiache, vascolari o polmonari, l’esposizione ad alta quota può essere pericolosa, perché all’organismo, già indebolito dalla patologia di base, viene richiesto uno sforzo importante di adattamento. Da qui la necessità di valutare caso per caso il grado di stabilità del quadro clinico e la capacità di adattamento del cuore e dell’apparato vascolare. Questo può comportare la necessità di rivalutare la terapia in atto, in collaborazione con il proprio medico e con uno specialista adeguatamente preparato su questi temi. ( Xagena Medicina )

Fonte: Università di Milano-Bicocca, 2018

Xagena_Salute_2018


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