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Tumore al rene: il 39% dei pazienti trattati con Nivolumab è vivo a 3 anni, contro il 30% di quelli che hanno ricevuto Everolimus



Nel tumore renale l'immunoterapia oncologica sta fornendo risultati incoraggianti, migliorando la sopravvivenza con una buona qualità di vita.

Nello studio CheckMate-025, su 803 pazienti, l'inibitore del checkpoint immunitario, Nivolumab ( Opdivo ), ha dimostrato un beneficio di sopravvivenza nei pazienti precedentemente trattati: il 39% è vivo a 36 mesi contro il 30% di quelli che avevano ricevuto Everolimus ( Afinitor ).
Inoltre, il tasso di risposta oggettiva ( ORR ), a 36 mesi, ha raggiunto il 26% con Nivolumab rispetto al 5% con la terapia a base di Everolimus.

In Italia sono circa 130mila le persone che hanno avuto diagnosi di tumore al rene, numero che è aumentato del 31% in otto anni ( 2010 – 2017 ).
Il carcinoma renale a cellule chiare è il tipo a più alta prevalenza e costituisce l’80-90% dei casi totali.

Sono diversi i fattori di rischio associati all’insorgenza di questa neoplasia renale, in particolare il fumo, l’ipertensione arteriosa e l’esposizione occupazionale a cancerogeni chimici.
Un ulteriore fattore di rischio importante è attribuito al sovrappeso, a cui va ricondotto il 25% delle diagnosi: il 31.7% degli italiani di età superiore ai 18 anni è in sovrappeso e il 10.5% è obeso.

Al fumo di sigaretta è attribuibile circa il 40% dei casi nelle persone di sesso maschile. I fumatori presentano un rischio del 50% più elevato di sviluppare un tumore del parenchima renale rispetto a coloro che non hanno mai fumato.
Il secondo fattore di rischio è il sovrappeso e l’obesità, a cui è attribuito circa un quarto dei casi in Europa. È stato stimato un incremento del rischio pari al 24% negli uomini e al 34% nelle donne per ogni aumento di 5 punti dell’indice di massa corporea ( BMI ).
Tra i fattori di rischio c’è l’esposizione professionale a sostanze tossiche: alcune professioni ( lavorare agli altoforni oppure ai forni a coke, nelle industrie del carbone e dell’acciaio ) espongono a sostanze potenzialmente cancerogene. Anche l’uso di alcuni materiali industriali ( cadmio, amianto e piombo utilizzati per la composizione delle vernici ) è correlato con l’origine della malattia.
L’ipertensione arteriosa è associata a un incremento delle probabilità fino del 60% in più rispetto ai normotesi.

Tra i casi di tumori del rene registrati nel 2017, 9mila sono stati riscontrati tra gli uomini e 4.600 tra le donne ( 4% e 2% di tutti i tumori incidenti, rispettivamente ). Il trend di incidenza del tumore del rene appare sostanzialmente stabile.
L’incidenza di questa neoplasia presenta negli uomini un valore simile nelle Regioni del Nord ( 31.9 casi per 100mila uomini ) e Centro Italia ( 32.0 ), mentre l’incidenza appare più bassa nelle Regioni del Sud ( 18.2 ). Anche nelle donne i valori sono più elevati nelle Regioni del Centro-Nord ( 13 ) rispetto al Sud ( 8.0 ).

Nel 2014, secondo i dati Istat, in Italia, sono stati 3.371 i decessi per tumore del rene ( 2.184 uomini e 1.187 donne ), pari, rispettivamente, al 3% e 2% dei decessi per tumore.
Per quanto riguarda le fasce di età, il tumore del rene rappresenta il 3% dei decessi in tutte le età negli uomini mentre nelle donne è responsabile dell’1% dei decessi nelle giovani e del 2% nelle ultracinquantenni. La mortalità presenta una sostanziale stabilità nel tempo sia tra gli uomini sia tra le donne ( rispettivamente +0.8%/anno e +1.5%/anno ) e un gradiente Nord-Sud in entrambi i sessi.

La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi in Italia è pari al 71% ( 70% uomini e 72% donne ).
Esistono forti differenze tra le avrie fasce di età: la sopravvivenza a 5 anni passa dall’87% nella classe di età 15-44 anni al 56% nelle persone più anziane, over 75 ).
Mediamente nel Sud Italia la sopravvivenza a 5 anni è più bassa rispetto al Centro-Nord, sia nei maschi, intorno al 66%, che nelle femmine, circa al 69%.

Il 60% circa delle neoplasie renali è individuato casualmente, come diretta conseguenza dell’impiego, sempre più diffuso, della diagnostica per immagini.
Un terzo dei pazienti arriva però alla diagnosi in stadio avanzato metastatico e in un terzo la malattia si sviluppa nella forma metastatica dopo l’intervento chirurgico con limitate possibilità di trattamento.
Pertanto, solo il 30% dei casi guarisce grazie alla sola chirurgia.
Nel cancro del rene la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci.

Secondo Giacomo Cartenì, Oncologia medica dell'ospedale Cardarelli di Napoli, nella cura, importanti prospettive si stanno aprendo anche grazie alla combinazione delle molecole immuno-oncologiche.

Lo studio di fase III CheckMate-214, che ha coinvolto 1082 pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato pretrattato, ha mostrato che la combinazione di Nivolumab e Ipilimumab ( Yervoy ), come prima linea ( cioè in pazienti non-trattati in precedenza ), ha prodotto un netto miglioramento dei benefici clinici rispetto allo standard di cura ( Sunitinib ), con una riduzione del rischio di morte del 37%.
Inoltre, la risposta obiettiva è quasi raddoppiata ( 42% con la combinazione Nivolumab e Ipilimumab versus 27% con Sunitinib ) e la sopravvivenza libera da progressione ha raggiunto 11.6 mesi con la combinazione rispetto a 8.4 mesi con Sunitinib.

Questo studio è stato interrotto anticipatamente perché aveva raggiunto l’endpoint co-primario: la combinazione di Nivolumab e Ipilimumab ha dimostrato una sopravvivenza globale ( OS ) superiore rispetto a Sunitinib nei pazienti a rischio intermedio e sfavorevole.

Una ulteriore analisi esplorativa dello studio in sottogruppi con diversa espressione del marcatore Pd-L1 ha confermato che la combinazione delle due molecole è in grado di migliorare la sopravvivenza indipendentemente dai livelli di Pd-L1, con un vantaggio anche nel controllo dei sintomi della malattia. ( Xagena Medicina )

Fonte: BMS, 2017

Xagena_Salute_2017


Per approfondimenti in OncoUrologia: OncoUrologia.it http://oncourologia.it/



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